Oggi ho partecipato alla tavola rotonda che concludeva il Convegno sulla non autosufficienza organizzato dall'Istituto Brignole, alla presenza del Ministro della Sanità Renato Balduzzi. Mi sembrava l'occasione giusta per avanzare una richiesta precisa al Governo: sperimentare in Liguria forme innovative di assistenza agli anziani.
Non nascondiamo che è stato difficile e doloroso dimezzare i beneficiari del fondo per la non autosufficienza, fondo che abbiamo adottato prima di tutte le altre regioni. Quel contributo di accompagnamento per tante famiglie era ossigeno: parliamo tipicamente di famiglie monoreddito di uno o due elementi che vivono con una sola pensione tra seicento e ottocento euro: un contributo di circa 350 euro pesa molto, sia quando c'è, sia quando viene a mancare.
Non ci illudiamo che nei prossimi anni la musica possa cambiare molto, ma pensiamo anche che non sono sempre necessari i miliardi per fare buone sperimentazioni. E se il Governo avesse voglia di sperimentare forme nuove di assistenza agli anziani non autosufficienti la Liguria dovrebbe essere il territorio di elezione.
Gli esempi li abbiamo già. Penso alla sperimentazione della Comunità di Sant'Egidio in via Caffaro a Genova, che mette insieme solidarietà e assistenza. Una struttura piccola, in grado di accogliere sei o sette persone: dicono che si sentirebbero pronti a gestire gli aggravamenti. Mi sembra naturale: è in questi contesti che si sviluppa quel senso di comunità che è la cosa più vicina alla dinamica di una famiglia. Anche l'esperienza dei quattro minialloggi a Santa Margherita è interessante: gli alloggi sono singoli ma hanno delle parti in comune dove gli anziani possono socializzare e condividere le incombenze quotidiane. E c'è spazio anche per l'assistenza. Sono strutture che costano un po' di più in fase di investimento, ma che poi fanno risparmiare molto una volta avviate e che rispondono meglio alle esigenze di un certo tipo di anziani non autosufficienti. Dobbiamo immaginarci un insieme di soluzioni e non una soluzione unica, perché le non autosufficienze sono diverse e di diversa gravità.
Mettendo insieme diverse fonti di finanziamento sia con il contributo degli assistiti (assegno di accompagnamento dove è rimasto, e pensione) sia attingendo da altre risorse potremmo cercare nuove forme di incrocio tra solidarietà e assistenza pubblica. Nelle strutture piccole si può gestire l'insorgere o l'aggravarsi della non autosufficienza in forma di mutuo aiuto tra gli ospiti oltre che con il volontariato, mettendo in comune le pensioni per pagare un affitto e un po' di assistenza. La Regione potrebbe mettere a disposizione anche un po' di case di edilizia pubblica. Dovremmo cercare insomma vie intermedie tra la famiglia che tiene l'anziano a casa con l'aiuto nostro (che mi sembra sempre la via migliore) e quelle strutture di cinquanta, sessanta, ottanta posti che per loro natura sono difficili da gestire anche nei casi di migliore assistenza.
Ho chiesto al Ministro se per queste sperimentazioni è o sarà possibile accedere a qualche risorsa nazionale. Naturalmente se ne parlerà a livello di Conferenza Stato Regioni. Ma se in quella sede fossero tutti d'accordo nel fare questo tentativo mi parrebbe logico provare in una regione come questa, che ha una componente di anziani molto elevata e può diventare capofila.



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