Sono stati giorni e settimane molto difficili, in cui non c'è stato tempo per mettersi a ragionare con calma su quello che è successo. Ma è una cosa che dobbiamo fare, perché per questi eventi non voglio mai usare le parole "imprevedibili" o "inevitabili". Non credo siano fatalità a cui non possiamo rimediare. Con comportamenti diversi – sia in passato che in futuro – certe distruzioni si possono evitare. Certo, sono stati episodi differenti l'uno dall'altro, per i quali occorrono chiavi di letture specifiche. Prendiamo il Magra. Era un delta ed è stato trasformato in un estuario, e oggi ci troviamo a costruire argini per tenere dentro un estuario un fiume che la natura non aveva previsto così: se poi straripa quattro volte in due anni non possiamo più parlare di evento eccezionale.
Per il Vara il discorso è più ampio e tocca un argomento complesso come l'abbandono dei nostri boschi, che come sapete mi sta a cuore e non da ora. Nel 1940 erano 200mila i liguri che campavano di agricoltura, oggi sono 15mila e quasi tutti nella floricoltura o nella piana di Albenga. Quei tronchi che hanno sfondato le case a Brugnato e Borghetto non sono più usati per fare legna: i nostri boschi, che coprono il 70% della superficie regionale, sono abbandonati. Dovremmo pensare a una legge che permetta l'intervento coattivo, per evitare che un bosco frani sulla strada di Tellaro, su quella di Murialdo o sull'A12 – per citare i casi più eclatanti. Occorre una filiera economica, perché è impensabile che il pubblico si metta a fare un lavoro che un tempo facevano centomila contadini.
Anche alle Cinque Terre scontiamo l'abbandono di un territorio, ma di un territorio che un tempo era antropizzato e ora non più. Qui sono molto semplicemente venuti giù i muretti a secco: e la particolare ripidità della zona rende le fasce a rischio: sono molto più strette e mi hanno spiegato che basta che ne vengano giù due consecutive per far franare tutto quanto. Cinquant'anni di incuria sono stati sufficienti a cancellare mille anni di fatiche: recuperare l'abbandono non è una scelta che può fare un amministratore, ma riguarda tutta la comunità e il modo in cui decide di vivere.
Ancora diverso lo scenario che abbiamo vissuto a Genova. Si è costruito tanto nel passato, e spesso senza criterio: quando le città nascono male rimetterle a posto non è facile, anzi è molto complicato.
Nonostante la lezione del 1970, per il Bisagno ci si è mossi tardi; lo dico senza timore perché il merito di aver fatto partire finalmente i cantieri va al mio predecessore. I lavori non sono finiti, come ormai sapete tutti non è stato ancora finanziato l'ultimo lotto: ma dai primi rilievi sembra che anche già così l'intervento sia riuscito ad aumentare di circa 200 metri cubi al secondo la portata, evitando un'esondazione più grave e impetuosa di ciò che è stato.
Anche la copertura del Fereggiano è una cosa "vecchia": degli anni '50 nella parte superiore e ancora precedente nella zona di Marassi. E tuttavia il Fereggiano non esondò nel 1970. Forse anche per questo, a parte il progetto dello scolmatore che si arenò dopo Tangentopoli – anche se gli imputati di allora vennero tutti assolti – per anni non si fece nulla: c'erano decine di famiglie, palazzi interi e botteghe artigiane costruite direttamente nell'alveo. Per fortuna che le abbiamo tolte, altrimenti non voglio immaginare cosa poteva succedere, e quanti altri detriti potevano finire a valle ad aggravare l'esondazione. In un caso, in cui non avevamo più i soldi per abbattere, siamo comunque riusciti a comprare l'appartamento al piano terra e liberarlo: l'alluvione lo ha devastato. Se fai il commissario con 8 milioni da spendere e lo scolmatore ne costa 100 spendi i soldi meglio che puoi.
Fino a poco tempo fa avevamo una Protezione Civile con tanti soldi e poche regole, adesso ne abbiamo una con tante regole e pochi soldi. Possibile che in Italia non si raggiunga mai un equilibrio ragionevole? Siamo giunti al paradosso che, dopo 13 mesi di attesa, per eliminare il palazzo che fa diga sul Chiaravagna, è stata necessaria una ordinanza nazionale per permetterci di erogare agli abitanti di Sestri Ponente gli indennizzi previsti dalla nostra legge regionale! Ora l'accordo c'è e i lavori finalmente partiranno.
Lasciatemi finire ringraziando tutti quei ragazzi che si sono rimboccati le maniche per spalare via il fango. Una spontaneità che è stata anche un po' frenata dalle esigenze organizzative della Protezione Civile (forse, per una volta, si poteva chiudere un occhio e lasciarli fare): è questa, assieme al patrimonio di compostezza e dignità che ho incontrato in ogni singolo paesino martoriato, la più grande ricchezza che abbiamo.



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