Salvaguardia del bosco: il bosco come risorsa
di Giovanni Barbagallo
La salvaguardia e lo sfruttamento di una risorsa sono termini apparentemente contrastanti. Nel caso del bosco, tuttavia, possono paradossalmente coincidere.Vediamo perché, cominciando con un inquadramento dei boschi della Liguria.
La Liguria si conferma, nei dati dell’Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio (INFC – 2006), la regione più “boscata” d’Italia, con percentuale del territorio coperta da boschi (in totale 375.000 ettari) prossima al 70% della superficie totale.
La forma di governo più diffusa è il ceduo (quasi il 65%). Ma quale che sia la forma di governo i boschi liguri appaiono poco utilizzati: quelli governati a ceduo sono adulti o “invecchiati” (ossia oltre il turno consuetudinario in cui possono essere tagliati) per l’89%, e le fustaie sono considerate mature o stramature per il 64%.
Analizzando i dati dendrometrici, ossia quelli che riguardano i volumi di legno disponibili, scopriamo che la provvigione (quanto legno c’è in piedi in un bosco) è superiore alla media italiana e anche l’incremento di volume annuale è più alto che altrove: i boschi liguri crescono mediamente di 4,7 metri cubi per ogni
ettaro all’anno. La Liguria è anche la regione con la maggiore quantità di “necromassa” (ossia legno morto, costituito sia da piante a terra che, soprattutto, da alberi morti in piedi): 18,4 metri cubi ad ettaro rispetto agli 8,8 della media italia; condizione che riporta alla mancanza di gestione duratura e continuata.
I boschi liguri appartengono per l’87% a proprietari privati e sono posti, nel 61% dei casi, su versanti con pendenze superiori al 40%.
Le utilizzazioni forestali sono modeste. Nel 2010 sono stati tagliati 1.317 ettari secondo i dati ufficiali: sappiamo che questo valore è sottostimato, ma anche aumentandolo notevolmente si resta in un ambito di evidente sottoutilizzazione.
La legna da ardere costituisce il principale prodotto e rappresenta ben oltre il 60% del totale dei prodotti legnosi; cresce, negli ultimi anni, la produzione di legname destinato alla triturazione, anche per i possibili usi energetici.
Anche l’ottenimento dei cosiddetti “prodotti non legnosi” (funghi, tartufi, le stesse castagne…), che in taluni casi costituiscono una fonte interessante di reddito, risente generalmente della mutata condizione territoriale e sia le specie vegetali presenti che l’elevato grado di copertura del suolo (dovuto in generale ad una eccessiva densità dei boschi) hanno spesso determinato condizioni che riducono le produzioni.
Quindi, in sostanza, in Liguria abbiamo superfici forestali molto estese, che hanno avuto una passata e intensa interazione con l’uomo oppure che derivano dall’abbandono di attività agricole, caratterizzate generalmente da assortimenti a modesto valore aggiunto; in ogni caso si tratta spesso di situazioni in disequilibrio, sia rispetto alla struttura del bosco che in riferimento alle specie presenti. Ad esempio, il castagno rappresenta la specie più diffusa (circa il 30% della superficie boscata totale), ma ora come nel recente passato il castagno è oggetto di numerose problematiche fitosanitarie: a parte il mal dell’inchiostro e il cancro della corteccia ci troviamo oggi ad affrontare il cinipide galligeno, che la Regione contrasta fin dal 2007 con specifici interventi di lotta biologica.
Dall’analisi della situazione esce comunque evidente un elemento: il venire meno di una gestione e di una utilizzazione economica si porta dietro una riduzione anche delle funzioni ambientali che, nella cosiddetta multifunzionalità, i boschi possono esprimere, compresa la conservazione del suolo, la biodiversità, la fruibilità turistico-ricreativa e l’immagazzinamento del carbonio atmosferico.
E’ dunque tutto troppo complicato? Non ci sono margini di sviluppo nelle attività selvicolturali della Liguria? Dobbiamo rassegnarci a trattare il bosco come una criticità territoriale e non come una risorsa rilevante e, per certi territori, anche l’unica?
Non è così, almeno non dappertutto e in qualsiasi condizione. Con il Programma Forestale regionale (approvato nel 2007 e attualmente in fase di aggiornamento e revisione) era già stata messa in evidenza la necessità di trovare tutte “le economie” possibili, privilegiando un approccio integrato tra filiere complementari che possono essere costruite, in modo da introdurre (o meglio re-introdurre) una gestione attiva. L’assunto di partenza è che il bosco non ha bisogno dell’uomo, ma è l’uomo ad avere bisogno del bosco. In senso generale, quindi, non invertire la tendenza rispetto all’abbandono rappresenta non solo lo spreco di una risorsa, ma promette spese, danni e rischi che non possiamo permetterci.
Torniamo quindi all’inizio: le problematiche possono divenire potenzialità. Tramite lo sfruttamento della risorsa se ne garantisce la salvaguardia e, nel caso del bosco, si ottiene la tutela del territorio creando occupazione e sviluppo. Ma le attività di gestione sono realizzabili in via continuativa solo creando le condizioni per una loro economicità, in connessione quindi con l’utilizzazione delle risorse territoriali.
Ma con quali strumenti si può operare l’auspicato cambio di tendenza? A fianco degli aiuti diretti, su cui probabilmente non si potrà contare nelle quantità e con la continuità più favorevoli e che comunque ci sono, possiamo tuttavia porre delle azioni di accompagnamento che consentano alle imprese e agli operatori di limitare, per quanto possibile, i costi “indiretti” della loro attività e, parallelamente, creare migliori condizioni di organizzazione del settore e dei mercati.
La qualificazione delle imprese e degli operatori, passando per la via maestra della formazione, deve mirare ad un riconoscimento giuridico e sociale della professionalità acquisita, portando all’attenzione dell’opinione pubblica - e di riflesso nella considerazione generale, anche politica -, l’importanza dell’esistenza del “lavoro forestale” nelle sue varie componenti. E, soprattutto, deve creare condizioni utili al lavoro delle imprese e dei boscaioli che, in definitiva, sono il necessario collegamento tra qualsiasi forma di regola o pianificazione e la realtà territoriale, l’anello che può consentire di ottenere dai boschi i benefici
collettivi (pubblici) che tutti auspichiamo, trovando comunque la necessaria sostenibilità economica (privata) delle operazioni.
A tal fine è particolarmente urgente definire anche una piena coerenza tra le normative che afferiscono a settori diversi (forestale, ambientale, idrogeologico, urbanistico, energetico...), evitando la sovrapposizione di pianificazioni e competenze, talvolta discordanti. Bisogna in sostanza fare un passo indietro e trovare un serio coordinamento delle differenti politiche, unità di intenti e procedure accessibili.
E’ questo uno degli obiettivi connessi alla revisione del Programma Forestale regionale. E sarà utile, in tal senso, anche l’attività di preparazione della Conferenza regionale dell’agricoltura, in cui un tavolo di lavoro è proprio dedicato alla gestione forestale ed alle filiere connesse.
La Regione vuole comunque compiere anche passi concreti e, in tale direzione, sta predisponendo gli atti necessari per affidare alle imprese interessate, tramite una procedura di selezione, la gestione delle foreste demaniali regionali. Le proprietà della Regione, infatti, possono diventare un serbatoio occupazionale ed un palcoscenico privilegiato per creare condizioni per attività economiche pienamente sostenibili, portando a casa una riqualificazione complessiva delle proprietà una crescita del lavoro.
La Regione crede che il settore forestale possa crescere, e comunque necessita di una sicurezza territoriale che in gran parte passa proprio di li. Auspico che anche le amministrazioni e le associazioni locali possano avere la medesima consapevolezza e, in questa direzione, auguriamoci vicendevolmente buon lavoro.
La Regione Liguria, pur nella particolare congiuntura economica, grazie al Programma di Sviluppo Rurale 2007 - 2013, riesce a rendere disponibili importanti risorse che, grazie all’effetto moltiplicatore del cofinanziamento comunitario, consentono di finanziare attività e investimenti direttamente o indirettamente connessi al settore forestale. Recentemente, con una delibera di un mese fa, sono stati riaperti i bandi per diverse misure di interesse forestale, per le quali evidenzio alcuni dati salienti. Le misure sono la 122 con risorse disponibili di 4 milioni e 900 mila euro, la 123 con risorse disponibili di 1 milione e 500 mila euro, la 125 con risorse pari a 2 milioni e 611 mila euro, la 226 con risorse pari a 2 milioni e 653 mila euro, e per finire la misura 227 con risorse disponibili pari a 1 milione e 621 mila euro. Oltre alle misure di investimento dirette a migliorare il capitale fisico, sono altresì importantissime le misure dirette a valorizzare il capitale umano. Il PSR 2007/2013 affronta anche questo tema, con le specifiche misure di formazione, attività dimostrative e assistenza tecnica alle imprese (misure 1.1.1 e 1.1.4).
L’insieme di questi strumenti di aiuto, gli interventi di semplificazione che si vogliono operare a carico della normativa territoriale e la capacità delle singole amministrazioni e delle imprese di fare sistema, ci consente un discreto ottimismo sulle possibilità di mantenimento e sviluppo di attività economiche che
gravitano attorno al settore forestale. Del resto abbiamo già registrato situazioni interessanti ed esemplari, in particolare nella gestione di alcune foreste demaniali da parte di enti parco, situazioni in cui le innegabili difficoltà operative e territoriali vengono superate con una rilevante capacità tecnica e amministrativa, ma più ancora dalla volontà di perseguire chiari obiettivi comuni, senza contrapposizioni tra soggetti pubblici e privati, sfruttando invece le sinergie possibili nel rispetto delle competenze.
Giovanni Barbagallo
Assessore all'agricoltura
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