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Martedì 15 Marzo 2011

150 anni dell'Unità d'Italia

A Palazzo Ducale la seduta solenne congiunta di Regione, Provincia e Comune di Genova e la lectio magistralis di Gianni Marongiu e Antonio Gibelli

150 anni dell'Unità d'Italia

Per la prima volta riuniti in un'unica seduta solenne, il Consiglio regionale, il Consiglio provinciale e il Consiglio del Comune di Genova hanno ricordato a Palazzo Ducale l'anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, avvenuta a Torino il 17 marzo 1861, e il ruolo di primo piano assunto da Genova durante il Risorgimento e il processo di unificazione nazionale.

Alla manifestazione, che si è aperta con un messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’esecuzione strumentale dell'inno nazionale, hanno assistito numerosi sindaci con la fascia tricolore e più di duecentocinquanta studenti delle scuole elementari, medie inferiori e superiori della Liguria.

«Credo non avrebbe potuto esservi segno più incisivo, per onorare i 150 anni della nostra storia comune, che dare una veste istituzionale unitaria al nostro essere rappresentanti di una comunità. L'alto valore simbolico di questa seduta congiunta è tutto qui». Con queste parole il presidente dell'Assemblea legislativa Rosario Monteleone ha aperto il proprio intervento a Palazzo Ducale.

Alfonso Gioia, presidente del Consiglio provinciale di Genova, ha invitato a non cadere nella retorica celebrativa: «Nessuna conquista, per quanto salda essa possa sembrare, ci è data per sempre. Ogni risultato va mantenuto, sostenuto, aiutato, costantemente. Io credo che non sia un patriottismo di facciata quello che perseguiamo anche qui oggi né un adempimento solenne e ritualistico, no credo che la celebrazione dell'unità del nostro Stato sia qualcosa di vivo e autentico che ci chiede, però, uno sforzo ulteriore: di passione, di immaginazione, di volontà».

Genova svolse un ruolo anticipatore di primissimo piano durante il Risorgimento, ha ricordato Giorgio Guerello, presidente del Consiglio comunale, sottolineando anche l’opportunità di onorare gli ideali democratici e repubblicani espressi da Giuseppe Mazzini, «straordinario precursore dell’unità, grande italiano e grande europeista, dal cui insegnamento morale, fondato su disinteresse e sacrificio in nome della libertà. La politica tutta ancora oggi dovrebbe trarre esempio».

Ricostruzione storica e spunti di riflessione si sono alternati nelle lectio magistralis dei professori dell'Università di Genova Antonio Gibelli e Gianni Marongiu.

Lo storico Antonio Gibelli ha invitato a vivere la celebrazione come «un'occasione per riflettere in pubblico sulla complessità e le contraddizioni del cammino percorso, comune anche se spesso diviso». Il processo che condusse all’unificazione fu «lungo, tormentoso e doloroso. Durò almeno mezzo secolo, comportò lacerazioni, violenze, sacrifici ma non fu la pura espressione di un'élite intellettuale che agì sulle spalle e a spese del popolo espropriandolo delle sue tradizioni e della sua religione. Certo, l'Italia contadina, che era la maggioranza, rimase estranea e ostile al progetto. Ma Garibaldi poté vincere nel Mezzogiorno perché ai suoi mille molti altri si aggiunsero infiammati dalla speranza di riscatto: il suo esercito contava non 1000 ma 60.000 uomini quando raggiunse Napoli. Quanto all'area urbana, che aveva tanta importanza nel tessuto sociale e culturale italiano, e a quelle feste della democrazia che furono le piazze del Milleottocentoquarantotto, le classi popolari, gli operai e gli artigiani furono ampiamente coinvolti, e così il clero e così molto spesso le donne».

Il professor Gianni Marongiu ha ricordato com'era il paese a cinquant'anni dall'Unità, quando l'Italia – che «nel 1862 nelle cancellerie europee era definita un "cadavere finanziario"» - era diventata una media-grande potenza e aveva fatto enormi progressi, dal coinvolgimento dei partiti popolari nella vita politica del Paese al suffragio universale maschile, all'assunzione a settima potenza industriale del mondo. «Il centocinquantesimo anniversario - ha detto Marongiu - coincide con una delle più gravi crisi economico-finanziarie delle democrazie occidentali». Citando Renan, il professore ha detto: «Se una Nazione, è fatta da una ricca eredità di ricordi, questi certamente non mancano. Se peraltro essa è fatta anche dalla volontà attuale di vivere assieme non mancano le indicazioni della nostra storia e della nostra Costituzione che invitano a distinguere il primato della legge dall'invocazione dello stato d'eccezione, il diritto-dovere della maggioranza di governare, dalla difesa dell'individuo e delle minoranze dalla dittatura di qualsiasi maggioranza, (di qui oggi il ruolo insopprimibile della Corte costituzionale), a distinguere il pluralismo dall'uniformità e dal conformismo, il costituzionalismo e la divisione dei poteri dal popolo-dio giacobino, lo spirito critico dalla manipolazione di massa».
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